Tra diritti e limitazione degli stessi: E’ ancora uno strumento politico? 

La censura, quale limitazione delle manifestazioni di pensiero ed espressione, è disciplinata dalla legge 161 del 1962.

Tuttora ha ad oggetto “solo” le pubblicazioni teatrali e cinematografiche di modo che siano evitate la lesione e la messa in pericolo del c.d. (cosiddetto) buon costume, in particolare a tutela dei minori.

Noto che la censura è stato (e purtroppo, in alcuni paesi, ancora è) uno dei principali strumenti dei poteri autoritari per esercitare il controllo ed impedire l’informazione.

Essa, difatti, limita – in varia misura in dipendenza proprio della disciplina che la caratterizza – il diritto di libera manifestazione del pensiero e la libertà di espressione, sanciti e riconosciuti all’art. 21 della Costituzione Italiana.

Certo è che, a limitare la manifestazione del pensiero, vi sono anche altri istituti come i reati di ingiuria / diffamazione ed il diritto all’oblio.

Il sito www.difesadellinformazione.com è particolarmente chiaro nel chiarire ulteriori aspetti, che riportiamo qui di seguito:

La censura è l’atto di un potere pubblico. Non è quindi censura il controllo del direttore responsabile di un periodico, imposto dall’art. 57 del codice penale per “impedire che col mezzo di comunicazione siano commessi reati”. Tant’è che in mancanza di controllo, il direttore è punito a titolo di colpa nell’eventualità in cui il reato venga commesso. Non è riconducibile alla censura nemmeno il potere esercitato dal direttore responsabile per raccordare l’operato dei propri collaboratori alle caratteristiche editoriali della testata. Qui il controllo avviene in esecuzione del contratto con l’editore, e può sostanziarsi in un sindacato sul contenuto della pubblicazione. Del resto, è la previsione della clausola di coscienza (art. 32 CNLG, che dà al giornalista la facoltà di “chiedere la risoluzione del rapporto con diritto alle indennità di licenziamento” in caso di “sostanziale cambiamento dell’indirizzo politico del giornale”) a legittimare l’esistenza di un siffatto potere di controllo: la clausola presuppone che il direttore responsabile possa pretendere di conformare l’operato dei propri collaboratori all’indirizzo politico della testata.

Nel sistema radiotelevisivo il rischio di censura è normativamente prossimo allo zero. Ciò si desume da alcune disposizioni contenute nella L. 6 agosto 1990 n. 223 (“Legge Mammì”). L’art. 30, comma 3°, impone espressamente alla concessionaria, sia pubblica che privata, un controllo sul contenuto dei programmi, ma al solo scopo di impedire la commissione dei reati di pubblicazione e spettacoli osceni (art. 528 c.p.), di pubblicazione lesiva del sentimento di fanciulli e adolescenti (art. 14 L. n. 47/1948), di pubblicazione impressionante o raccapricciante (art. 15 L. n. 47/1948): ciò in sostanziale armonia con quanto prescrive l’art. 21, comma 4°, Cost. laddove vieta le manifestazioni contrarie al “buon costume”. Nessun controllo é previsto, invece, per prevenire il reato di diffamazione, contrariamente a quanto impone per la carta stampata al direttore responsabile l’art. 57 c.p., norma inapplicabile al sistema radiotelevisivo per il divieto costituzionale di analogia in materia penale (art. 25, comma 2°, Cost.).

Non è una differenza da poco. Un conto è limitarsi a verificare che un programma non contenga riferimenti scabrosi o impressionanti. Ben diverso è controllare se una trasmissione possa rivelarsi lesiva della altrui reputazione. E’ facile immaginare come quest’ultimo tipo di controllo, sostanziandosi in un giudizio discrezionale sul contenuto del programma, possa di fatto tradursi in una censura. Ed è proprio per la mancanza di un siffatto potere di controllo che poc’anzi si è detto che nel sistema radiotelevisivo il rischio di censura è “normativamente prossimo allo zero”.

Normativamente, però. Di fatto, in passato si sono registrati all’interno della concessionaria pubblica Rai casi clamorosi, che hanno visto coinvolti famosi giornalisti, oltre ad artisti di indiscutibile valore (andando indietro nel tempo, si pensi a Beppe Grillo). Dopo aspre polemiche, sono stati soppressi importanti programmi di approfondimento informativo e addirittura allontanati i loro conduttori, che per anni non hanno potuto lavorare in Rai. Stessa cosa per alcuni programmi di satira…..”.

Per la tutela del diritto all’oblio, assistenza, informazioni e preventivo contattaci su info@zerocrazia.com o al 351.9849516.