Riportiamo, oggi, una sentenza del Tribunale di Torino su i Maltrattamenti in famiglia.
Utile per iniziare a parlare dei reati abituali nella nostra rubrica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Si procede a giudizio ordinario nei confronti di F.A., a seguito di decreto che dispone il giudizio emesso dal GUP in data 28.12.2011, imputato del reato di maltrattamenti nei confronti della convivente e del reato di lesioni personali ai danni della stessa.

Verificata la regolare costituzione delle parti, dichiarata la contumacia dell’imputato, il giudice ammetteva le prove chieste da P.M. e difesa ( esami testimoni ed esame dell’imputato), il PM depositava – ai sensi dell’art. 234 c.p.p. – documentazione e relazioni dei servizi sociali, querela in data 15.10.2008, documenti che venivano acquisiti nel fascicolo del dibattimento, l’istruttoria dibattimentale veniva espletata in data 7.11.2012, indi dichiarata chiusa l’istruttoria dibattimentale e dichiari utilizzabili gli atti acquisiti al fascicolo del dibattimento e le prove ammesse ed assunte, le parti venivano invitate a formulare le proprie conclusioni, all’esito delle quali il giudice, dava lettura del dispositivo di sentenza riservando la motivazione nei trenta giorni.

Secondo quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale e, segnatamente, dalle dichiarazioni testimoniali di T.G., convivente dell’imputato e persona offesa, risulta che la donna ha convissuto fino al 2009 per 9 anni con l’imputato, dall’unione era nata una figlia il 21.4.2003. L’imputato all’inizio era premuroso e le aveva proposto una convivenza, dal canto suo la donna lo aiutava nel lavoro di ambulante al mercato. Racconta la persona di essere stata senza fissa dimora, lui era gentile e voleva aiutarlo al lavoro e per queste ragioni aveva accettato la convivenza in strada Altessano poi in via S.D. e via P.

Vivevano in una casa dell’ATC. Nel 2003 era nata la figlia CA. che il F.A. non voleva e che era stata affidata alla sorella dell’imputato in quanto lei non era in grado di occuparsene in quanto invalida civile. Infatti dopo là nascita della figlia era stata in comunità con la minore e poi la figlia era stata affidata alla sorella dell’imputato. Ora la figlia è stata adottata.

Sennonché durante la convivenza l’imputato aveva iniziato a picchiarla, lui beveva anche superalcolici, abusava di alcol e la picchiava. Una volta, nel 2003, le aveva tirato in testa un portacenere in testa, le aveva tirato calci(1). Riferisce la persona offesa che “C’erano alti e bassi passava una settimana e ricominciava”(2). Proferiva insulti tipo “stronza” e minacce di morte. In quel periodo il F.A. era detenuto agli arresti domiciliari e in occasione dei fatti, la donna chiamava i Carabinieri. Aveva comportamenti violenti anche contro le suppellettili e una volta è stata minacciata con il coltello.

Ricordava di aver presentato querela nel 2008 e di essere stata aggredita con una sbarra di ferro in data 13.8.2008(3). La convivenza era cessata nel 2009 e sulla durata e frequenza dei comportamenti aggressivi riferiva che la picchiava una volta ogni quindici giorni(4) non la picchiava tutti ì giorni /aveva paura di lui “era troppo forte fisicamente”.

Il 15 ottobre 2008 l’aveva chiusa fuori di casa impedendole di rientrare ed aveva chiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

L’episodio di lesioni del 13 agosto 2008 la donna racconta di essere stata colpita dall’imputato con una sbarra di alluminio ( quelle in uso per appendere gli abiti) che si ruppe(5), era ricorsa alle cure mediche pressò l’ospedale S. Giovanni Bosco.

Il racconto trova precisa conferma nel referto medicò in pari data ove sonò state diagnosticate lesioni personali ( trauma contusivo ginocchio dx e gomito sx) con prognosi di giorni 4. Nella parte riservata all’anamnesi di legge che là’ donna aveva già dichiarato ai sanitari di essére stata colpita dal coniuge con una sbarra di metallo, circostanza che conferma la ricostruzione del fatto.

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale sono stati sentiti gli agenti di PG intervenuti su richiesta della donna.

A.F. in servizio presso la Questura di Torino era intervenuto in data 4.6.2006 ma non ricorda nulla.

R.C. in servizio presso la Questura di Torino era intervenuto in data 15.10.2008 ore 20,05 su richiesta della donna perché il convivente non la faceva rientrare in casa perché “non andavano più d’accordo”.

A.F. in servizio presso la Questura di Torino era intervenuto in data 25.10.2008 su chiamata la po che diceva che “era successo uri litigio”, li aveva riappacificati ed erano entrati a casa.

Orbene la principale fonte di prova è costituita dalla testimonianza della persona offesa che, secondo il costante orientamento della Corte di Cassazione, deve essere sorretta da un positivo giudizio di attendibilità soggettiva non trovando applicazione le regole di cui all’art. 192 co. 3 c.p.p. alle dichiarazioni della persona offesa, “le quali possono essere poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone”(Cass. pen. Sez. Un. 19.7.2012 n. 41461). La regola suddetta deve valere massime nel caso di specie, ove è documentalmente provato che la T.G. è seguita sin dalla nascita della figlia nel 2003, dai servizi sociali e dal centro di salute mentale per disturbi psichiatrici. In particolare dalla relazione in data 2.2.2007 (aff. 12) a firma dott. V. ed indirizzata al dott. P., direttore del dipartimento di Salute Mentale ASL 3 di Torino, in cui si evidenzia la tendenza della T.G. ad agire impulsivamente nelle situazioni conflittuali in cui, non sentendosi compresa, fende ad interpretare la realtà in modo paranoide ad entrare in situazione di allarme che amplifica la difficoltà ad osservare gli accadimenti in modo più naturale. … Il pensiero è accelerato e manifesta una tendenza ad interpretare accadimenti e/o parole come riferiti a lei e a lei ostili ma tale tendenza non sconfina mai in un’ideazione delirante strutturata che non mina in radice l’attendibilità della teste ( circostanza apprezzata dal giudice nel corso .della deposizione) ma che comporta un prudente giudizio sulla stessa.

Ad oggi la persona offesa è in carico al Servizio di Salute mentale e assume terapia farmacologica.

Da cui la necessaria e prudente valutazione del racconto della parte lesa e di verifica di elementi esterni in grado di confermarlo.

Ciò posto, la situazione di conflittualità della coppia è certamente degenerata in atti di aggressioni fisica come narra la teste, trovando conferma nei tre referti medici in atti (due dei quali non vi è attestata alcuna lesione con prognosi, ma semplicemente un passaggio in PS), provata è la circostanza che l’uomo non la volesse più in casa come risulta dall’intervento dell’ottobre 2008, provato è l’episodio lesivo del 13 agosto 2008 di cui vi è il referto medico e nel quale la donna aveva raccontato nell’immediatezza ai sanitari le circostanze dell’aggressione confermate nel dibattimento, non vi è motivo di non credere che l’imputato, la cui personalità emerge dalla lettura del certificato penale, avesse insultato la donna ed anche minacciato la stessa (è stato imputato di tentato omicidio dunque è dimostrata l’indole violenta contro le persone); ma gli atti di aggressione fisica e verbale non hanno assunto il carattere di abitualità richiesto dalla norma di cui all’art. 572 c.p. e ciò tenuto conto del profilo psicologico;: delineato dai medici e delle stesse dichiarazioni della donna che hanno escluso l’abitualità.

L’istruttoria dibattimentale, dunque, non ha provato la sussistenza di condotte integranti la nozione di “maltrattamenti” che comprende ” i fatti lesivi dell’integrità fisica e del patrimonio morale del soggetto passivo che rendano abitualmente dolorose le relazioni familiari, manifestatisi mediante sofferenze morali che determinano uno stato di avvilimento” (Cass. Sez. VI 8 marzo 1991, n. 3020 conf. Cass. Sez. III 22 aprile 1998 n. 4752). Manca la prova di. abituali comportamenti che creino una situazione dolorosa nei rapporti familiari. I fatti descritti nel capo A) devono essere, quindi, diversamente qualificati, ai sensi dell’art. 521 c.p.p., quale violazione degli artt. 81 cpv 612, 581 e 594 c.p. evidenziando che la punibilità degli stessi è limitati ai reati commessi dall’agosto 2008 all’ottobre 2008 per quali sussiste la condizione di procedibilità della querela (querela in atti del 15.10.2008 ove si fa preciso riferimento ad un’aggressione con calci e pugni e dunque diversa da quella con la sbarra contestata nel capo b) e dunque che rileva quale percossa, a insulti tipo “bastarda, figlia di puttana” e di minaccia ” non ti fare più vedere se no ti ammazzo”).

Con riferimento al capo B) è provato il reato di lesioni contestato procedibile sussistendo la querela dovendosi escludere l’aggravante del nesso teleologico.

In relazione al trattamento sanzionatorio si osserva che l’imputato è persona con plurimi precedenti penali (è contestata la recidiva), si è disinteressato dal processo, tenuto conto della gravità dei fatti per come emersa e della condizione psichica della donna, pare èqua la pena complessiva di mesi nove di reclusione, con l’unificazione dei reati sotto il vincolo della continuazione, secondo il seguente calcolo: p.b. per il reato di cui all’art. 582 (capo B) mesi cinque di reclusione, aumentata per la recidiva a mesi sette e giorni 15 di reclusione e aumentata per episodi di cui agli artt. 612 e 581 e 594 c.p. – come diversamente qualificato il reato di cui al capo A), a mesi nove di reclusione.

Alla condanna segue l’obbligo del pagamento delle spese processuali.

Atteso il carico di lavoro, per numero di sentenze incamerate in udienza, si indica il termine di 30 giorni per il deposito.

PQM

P.Q.M.

Visti gli artt. 521, 533, 535 c.p.p.;

Dichiara F.A. colpevole dei reati di cui agli artt. 81 cpv, 612, 581, 594 c.p. – come diversamente qualificato il capo 1) – e del reato di cui al capo 2) e unificati i reati dal vincolo della continuazione, con l’aumentò per la recidiva lo condanna alla pena di mesi nove di reclusione, nonché delle spese processuali.

Visto l’art. 544 c.p.p.;

Indica in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione della sentenza.

Torino, 20.02.2013