“Law Beat” dall’8 luglio 2019 al 18 novembre 2019: Le obbligazioni.

“Law Beat” dell’8 luglio 2019: la nozione di obbligazione

La nostra nuova rubrica settimanale si chiama: “Law Beat“.

Con l’ausilio degli avvocati con cui collaboriamo, Vi forniremo sintetiche e semplici nozioni per orientarVi nell’affascinante mondo del diritto.

Potete scriverci per suggerirci l’argomento di Vostro interesse e nel giro di pochi giorni affronteremo la tematica.

Oggi inizieremo a trattare di una tematica che rappresenta uno dei pilastri del diritto civile nel nostro ordinamento e non solo: le obbligazioni.

L’importanza di tale tema è testimoniata anche dal fatto che il codice civile dedica un intero libro alle obbligazioni (disciplinate, quindi, dall’art. 1173 all’art. 1320 c.c.).

Per oggi ci “limiteremo” a capire cosa sono le obbligazioni.

Il codice, seppur – come detto – dedica al tema molti articoli, non ci fornisce alcuna nozione.

L’analisi della prassi e lo studio della dottrina e della giurisprudenza, invece, ci aiutano.

Il termine obbligazione indica:

-sia la posizione giuridica passiva che consiste nel dovere, per un soggetto, di compiere una prestazione suscettibile di valutazione patrimoniale;

-sia un rapporto obbligatorio i cui elementi costitutivi sono: il debito, il credito, l’oggetto e l’interesse.

Per obbligazione, quindi, si intende il rapporto giuridico obbligatorio, che comporta a carico di un soggetto, il debitore, l’obbligo di eseguire una prestazione per il soddisfacimento di un interesse di un altro soggetto, il creditore.

L’oggetto dell’obbligazione è rappresentato da una prestazione di dare, fare o non fare.

Dev’essere suscettibile di valutazione patrimoniale affinché le sia riconosciuta giuridica rilevanza, ma può essere destinata alla soddisfazione di un interesse anche di natura non patrimoniale.

Il rapporto obbligatorio si struttura in due posizioni correlative: alla posizione passiva, il debito, corrisponde, infatti, una posizione attiva, il credito.

“Law Beat” del 15 luglio 2019: le fonti delle obbligazioni

Oggi, dopo aver introdotto le obbligazioni delineandone la nozione, cercheremo di individuare le c.d. fonti di tali rapporti giuridici obbligatori.

L’art. 1173 del codice civile indica tre possibili fonti delle obbligazioni:

  • (i) il contratto;
  • (ii) il fatto illecito;
  • (iii) “ogni altro atto o fatto idoneo a produrle.

I contratti, su cui ci soffermeremo ampliamente tra qualche settimana, sono gli accordi che possono intervenire tra due o più parti (anche se è necessario dire che taluno configura, anche, il contratto unilaterale) disciplinati dall’art. 1321 c.c. e seguenti.

Il fatto illecito, ovvero quel fatto che, doloso o colposo, cagiona ad altri un danno ingiusto è disciplinato dall’art. 2043 c.c. e seguenti, ed anche ad esso dedicheremo molta attenzione.

Più problematica è, invece, l’individuazione della terza fonte di obbligazioni: “I fatti e gli atti idonei a produrle”.

Di norma sono fatti confluire in questa categoria:

  • gli obblighi alimentari (di cui parleremo, affrontando il c.d. diritto di famiglia);
  • la custodia dei beni (quando la stessa è estranea ad un accordo negoziale);
  • la mediazione allorquando non venga riferito il nominativo del contraente (art. 1762 c.c.);
  • l’assicurazione in nome altrui (art. 1890 c.c.);
  • le promesse unilaterali (disciplinate dall’art. 1987 all’art. 1991 c.c.);
  • la gestione degli affari altrui (artt. 2028 – 2032 c.c.);
  • il pagamento dell’indebito (2033 – 2040 c.c.);
  • l’arricchimento senza giusta causa (artt. 2041- 2042 c.c.);
  • le prestazioni lavorative in nero.

 

Si tratta di un elenco, non tassativo, in cui sono fatti confluire numerosi istituti in forza dell’interpretazione della prassi normativa e giudiziaria.

Di certo: rientrano nella categoria dei fatti e degli atti idonei a produrre le obbligazioni i c.d. quasi contratti.

Tale locuzione è un concetto giuridico risalente al diritto romano in cui rientrano i già menzionati:

  • gestione degli affari altrui;
  • il pagamento dell’indebito
  • l’arricchimento senza giusta causa.

Per taluni si tratta di rapporti contrattuali di fatto, ma la nozione e la definizione sarà più chiara la prossima settimana, quando ci concentreremo proprio su questi istituti.

“Law Beat” del 22 luglio 2019: la negotiorum gestio

Oggi, come anticipato la scorsa settimana, ci occuperemo di uno degli istituti ricompresi nella categoria dei c.d. quasi contratti: la gestione degli affari altrui (artt. 2028 – 2032 c.c.) o, per usare un latinismo da cui si evince l’origine antica dell’istituto, la c.d. negotiorum gestio.

La gestione degli affari altrui rappresenta un’eccezione al divieto di ingerenza nella sfera giuridica altrui, poiché il legislatore, in presenza delle condizioni che vedremo, riconosce rilevanza giuridica ad atti / fatti capaci di incidere sulla sfera di autonomia di un altro soggetto, senza che sia intervenuto un accordo tra le parti od una previsione di legge.

L’istituto si sostanzia in un soggetto (gestore) che inizia a gestire gli affari di un altro soggetto (dominus), in mancanza o nell’impossibilità di quest’ultimo di provvedervi.

La gestione dev’essere (i) utilmente iniziata: il Giudice, chiamato eventualmente a valutare la condotta del gestore, deve poter vedere che quest’ultimo ha agito, almeno nelle sue iniziali intenzioni, per tutelare la sfera giuridica del dominus assente / impossibilitato.

Deve esservi (ii) consapevolezza da parte del gestore che si tratta di un affare altrui (requisito soggettivo dell’istituto).

Il gestore (iii) non deve essere titolare di alcun obbligo di gestire l’affare altrui (ad esempio in conseguenza di un contratto di mandato), ma deve porre in essere ed avviare la gestione con spirito di liberalità (cui conseguirà il rimborso integrale delle spese sostenute).

Il dominus (iv) deve essere impossibilitato nella realizzazione e compimento dell’affare, ma non deve avere proibito la gestione altrui.

In presenza di tali condizioni, l’ordinamento prevede l’insorgenza di alcuni effetti obbligatori:

-(i) il gestore ha l’obbligo di continuare la gestione sino al termine dell’affare o sino all’intervento del dominusè soggetto alle disposizioni codicistiche in tema di contratto di mandato (in primis, quella di agire con la diligenza del buon padre di famiglia)

-(ii) il dominus ha l’obbligo di tenere indenne il gestore non con un mero indennizzo, ma mediante la restituzione di tutte le spese e dei relativi interessi.

E’ possibile operare una distinzione tra gestione rappresentativa (quando il gestore agisce in nome e per conto del dominus) e gestione non rappresentativa (quando il gestore agisce solo nell’interesse del dominus).

Qualora manchi, all’inizio, la consapevolezza di gestire un affare altrui:

-da parte del dominus, sarà necessaria la ratifica della gestione e delle conseguenze della stessa;

-il gestore potrà rifarsi mediante l’azione di arricchimento senza causa (che analizzeremo tra due settimane).

Nel caso in cui la gestione, seppur utilmente iniziata, abbia prodotto effetti sfavorevoli, il dominus, potrà agire nei confronti del gestore ai sensi della disciplina dell’illecito ex art. 2043 c.c.

“Law Beat” del 29 luglio 2019: l’indebito

Oggi, come anticipato, ci occuperemo di un altro degli istituti ricompresi nella categoria dei c.d. quasi contratti: il pagamento dell’indebito (artt. 2033 – 2040 c.c.).

Tale istituto si presenta quando un soggetto compie una prestazione non dovuta.

Se la prestazione è “non dovuta” in quanto non sussiste alcun obbligo, si ha un c.d. indebito oggettivo.

Due elementi:

  1. la prestazione;
  2. la mancanza dell’obbligo.

Se la prestazione è “non dovuta” in quanto il soggetto che la effettua o il soggetto che la riceve non sono legittimati, a causa di un errore scusabile (requisito non richiesto per l’indebito oggettivo, la cui mancanza comporta l’integrazione della diversa fattispecie ex art. 1180 c.c.) si ha un c.d. indebito soggettivo.

Due elementi:

  1. la prestazione;
  2. il coinvolgimento di soggetti diversi da quelli legittimati.

Fuori dai casi in cui un soggetto non adempia volontariamente la prestazione cui è tenuto un altro o si verifichi un atto di liberalità o di c.d. creditore apparente (di cui parleremo nel prosieguo perché rappresenta l’unica ipotesi di prestazione liberatoria effettuata nei confronti di un soggetto non legittimato).

In ogni caso sorge un obbligo restitutorio a favore di chi ha compiuto la prestazione non dovuta.

Ciò in quanto il nostro ordinamento tende a non permettere la cristallizzazione di attribuzioni patrimoniali non sorrette da alcuna giustificazione (diversamente dall’ipotesi di vizio della causa, la prestazione è valida, ma fa sorgere il predetto obbligo restitutorio).

L’oggetto di tale obbligo restitutorio varia in base alla buona fede o alla mala fede di chi ha ricevuto la prestazione.

Nel primo caso (buona fede), se possibile, il soggetto dovrà restituire quanto ricevuto, con interessi e frutti dal momento della domanda e non risponderà del deterioramento o perimento (salvo che questi ultimi non dipendano da causa allo stesso imputabile) se non nei limiti dell’arricchimento.

Nel secondo caso (mala fede), il soggetto dovrà restituire quanto ricevutooltre gli interessi, i frutti a far data dal ricevimento della prestazione e risponderà del deterioramento e del perimento.

Un’eccezione a questa regola è rappresentata dal caso dell’incapace che è tenuto a restituire quanto ha ricevuto solo nel quantitativo che è stato rivolto a suo vantaggio.

L’obbligo restitutorio non sorge:

  • (i) in caso di “obbligazioni naturali” ovvero nel caso in cui il soggetto, non incapace, abbia compiuto una prestazione non dovuta, ma lo abbia fatto, spontaneamente, in virtù di obblighi, non legali, bensì morali o sociali (alle obbligazioni naturali sarà dedicato un apposito approfondimento);
  • (ii) nel caso di prestazioni contrarie al buon costume o all’ordine pubblico.

“Law Beat” del 5 agosto 2019: i tipi di obbligazione

Abbiamo parlato, nelle ultime due settimane, di due tra gli istituti ricompresi nei c.d. quasi contratti, del terzo (l’arricchimento senza giusta causa) parleremo quando delineeremo gli elementi essenziali del contratto.

Ora, ritorniamo a delineare gli aspetti essenziali delle obbligazioni.

Il codice civile detta la disciplina delle obbligazioni e lo fa, in maniera generica, senza distinguere in base alla tipologia di obbligo (di dare, fare o non fare) cui è tenuto il debitore.

Tuttavia, per quattro categorie di obbligazioni detta una particolareggiata ed articolata disciplina.

Si tratta delle:

-(i) obbligazioni pecuniarie, artt. 1277 – 1284 c.c. (di cui ci occuperemo più avanti in quanto la disciplina di queste presuppone collegamenti con numerosi istituti che non abbiamo ancora menzionato);

-(ii) obbligazioni alternative, artt. 1285 – 1291 c.c.;

-(iii) obbligazioni in solido, artt. 1292 – 1313 c.c.;

-(ivi) obbligazioni divisibili ed indivisibili, artt. 1314 – 1320 c.c.

Concentriamo l’attenzione sulle obbligazioni alternative, che sono quelle che hanno, sin dall’inizio, ad oggetto due o più prestazioni (di dare, fare o non fare) e dalle quali il debitore si libera eseguendo una sola prestazione.

Sin dall’inizio, pertanto, sono indicate le diverse prestazioni (ciò distingue le obbligazioni alternative da quelle facoltative in cui la prestazione alternativa è articolata in un momento successivo e rileva, in maniera evidente, in tema di impossibilità sopravvenuta della prestazione).

Le obbligazioni alternative possono derivare da un accordo delle parti o per previsione legislativa (ad es. l’art. 1179 che prevede la possibilità di prestare una garanzia reale o personale).

La facoltà di scelta di quale prestazione eseguire tra le due o più dedotte al momento dell’insorgenza dell’obbligazione alternativa può essere attribuita: al creditore, al debitore o a un terno.

Essa può essere soggetta ad un termine, scaduto il quale, la facoltà di scelta passa ad un all’altra parte.

La facoltà può essere esercitata in maniera espressa o tacita e può essere revocata sino all’esecuzione della prestazione o sino a quando le altre prestazioni non divengono impossibili.

Dal momento della scelta (che la dottrina maggioritaria ritiene essere un atto negoziale con la conseguente disciplina) si ha la c.d. concentrazione, ovvero l’obbligazione, da alternativa diviene semplice.

Il Codice delinea attentamente l’ipotesi in cui una o tutte le prestazioni dedotte nell’obbligazione divengano impossibili (art. 1288 – 1289 c.c.).

Per sintetizzare è possibile affermare che:

-(i) se l’impossibilità non è imputabile a nessuno l’obbligazione diviene semplice o, se tutte le prestazioni divengono impossibili, si estingue;

-(ii) se l’impossibilità è imputabile ad una parte, l’altra si libera richiedendo l’esecuzione o eseguendo l’altra prestazione, salvo il risarcimento del danno; se tutte le prestazioni diventano impossibili spetta il risarcimento del danno.

“Law Beat” del 26 agosto 2019: le obbligazioni solidali e le obbligazioni divisibili

Oggi, concentriamo l’attenzione sulle due particolari tipologie di obbligazioni: le obbligazioni in solido e le obbligazioni divisibili.

In prima battuta: le obbligazioni in solido (disciplinate agli artt. 1292 – 1313 c.c.).

Le obbligazioni solidali sono obbligazioni soggettivamente complesse, poiché una od entrambe le parti dell’obbligazione (la parte creditrice o la parte debitrice) sono rappresentate non da un soggetto, ma da più soggetti.

Sono caratterizzate, quindi, (i) o da una pluralità di debitori che sono chiamati a rispondere per la stessa obbligazione; (ii) o da una pluralità di creditori che possono chiedere ed ottenere l’adempimento della stessa prestazione.

A differenza delle obbligazioni parziarie:

-(i) il singolo debitore, tra i plurimi, può essere tenuto ad eseguire la prestazione per intero a favore del creditore e, poi, sarà suo onere rifarsi, pro quota, sugli altri debitori;

-(ii) il singolo creditore, tra i plurimi, può ricevere l’intera prestazione e poi ridistribuirla agli altri creditori, pro quota.

Sono tre i presupposti delle obbligazioni solidali:

-(i) l’esistenza di una pluralità di creditori o di debitori;

-(ii) l’unicità della prestazione dovuta;

-(iii) l’unicità della fonte dell’obbligazione (in mancanza di tale presupposto, la solidarietà sussiste se viene espressamente prevista e sancita).

La solidarietà passiva tra debitori si presume ogni qualvolta si abbia una pluralità di debitori e non venga previsto diversamente (ad esempio, l’art. 1295 esclude espressamente la solidarietà tra eredi); la solidarietà attiva tra creditori non si presume.

Tuttavia, la solidarietà, come anticipato, ha valore solo nei rapporti esterni:

-(i) una volta eseguita o ricevuta la prestazione il singolo può rifarsi (in regresso) solo pro quota su i soggetti nella sua medesima posizione;

-(ii) le eccezioni personali possono essere fatte valere solo dal soggetto che ne è titolare;

-(iii) i negozi giuridici ed atti, stipulati tra uno dei soggetti in solido e l’altra parte, in linea di generale principio (si vedano gli artt. da 1300 c.c. a 1313 c.c.), estendono i loro effetti nei confronti dei soggetti solidali se hanno efficacia positiva; per alcuni istituti, però, è prevista l’estensione “se non stabilito diversamente” o, viceversa, la non operatività “se non dichiarano di volerne profittare” (si vedano in particolare: 1300, 1301 e 1304 c.c.).

In merito all’efficacia della transazione stipulata tra un debitore in solido ed il creditore si è avuto un ampio dibattito giurisprudenziale che affronteremo quando parleremo del contratto di transazione, disciplinato agli artt. 1965 – 1976 c.c.

Così riassunte le obbligazioni solidali, è possibile rilevare che, normalmente, vengono assoggettate alla descritta disciplina le obbligazioni indivisibili, per natura della prestazione o per il modo in cui la stessa è stata intesa dalle parti.

Le obbligazioni indivisibili si distinguono dalle divisibili che sono quelle la cui prestazione può essere divisa / suddivisa senza perdere la propria rilevanza economica o giuridica (si vedano gli artt. da 1314 a 1320 c.c.).

“Law Beat” del 2 settembre 2019: disciplina generale delle obbligazioni

Iniziamo, da oggi, a delineare la disciplina generale delle obbligazioni.

Sarà necessario occupare più appuntamenti della nostra rubrica perché i temi da affrontare sono molti, importanti e non sempre di immediata comprensione.

Innanzitutto è necessario evidenziare, sin da subito, che nella disciplina che stiamo per analizzare sono presenti sia di articoli molto specifici, sia di articoli molto generici.

Per orientarci meglio, per non dimenticare nulla e per comodità, seguiremo l’ordine degli articoli del codice civile, partendo – quindi – dall’art. 1173 c.c., procedendo in ordine.

Abbiamo già detto (il 15 luglio 2019, nella nostra rubrica alla seguente pagina) che l’art. 1173 c.c. elenca le c.d. fonti delle obbligazioni per le quali rimandiamo alla lettura dell’articolo.

Il successivo art. 1174 c.c. statuisce che:  “la prestazione che forma oggetto dell’obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere a un interesse, anche non patrimoniale, del creditore”.

Ovvero la prestazione deve avere una rilevanza economica anche se orientata alla soddisfazione di  un interesse non economico (es. morale).

Le prestazioni che non sono suscettibili di una valutazione economica non vengono disciplinate in questa parte del codice civile, ma – ad esempio – nell’ambito del diritto di famiglia.

Il rispetto della norma citata comporta la possibilità di riconoscere alla prestazione e, quindi, all’obbligazione la c.d. rilevanza giuridica.

Alla rilevanza giuridica consegue l’operatività ed applicabilità di tutte le norme che analizzeremo.

L’art. 1175 c.c. con poche parole, enuncia un principio per la cui trattazione non basterebbero 10 manuali, ma cercheremo di fare altrimenti.

In particolare afferma che: “il debitore ed il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza”.

Tale postulato è stato inteso come espressione del dovere, per entrambe le parti, di comportarsi lealmente, secondo buona fede e con l’intento di preservare la sfera giuridica altrui.

La correttezza deve caratterizzare, in senso oggettivo, la condotta materiale di entrambe le parti.

Ovvero le parti devono non solo adempiere le prestazioni dalle stesse dovute, ma devono farlo senza ledere la sfera giuridica altrui e senza comportare sforzi / aggravi inutili per l’altra parte (si introduce, a tal riguardo, il concetto di “apprezzabile sacrificio” di cui avremo modo di parlare).

Il dovere di correttezza non è un principio generale ed astratto, ma integra il contenuto delle obbligazioni e, più in generale, dei contratti cui si riferisce.

L’operatività del dovere predetto comporta, tra le conseguenze, la delineazione dei c.d. doveri di protezione (articolazioni del più generale dovere di solidarietà, ex art. 2 Costituzione).

Certo non si può parlare del dovere di correttezza, senza menzionare il principio di buona fede e della diligenza di cui parleremo dalla prossima settimana, dove ci occuperemo del capo dedicato all’adempimento delineato dall’art. 1176 all’art. 1217 del codice civile.

“Law Beat”: Esatto adempimento: i criteri per valutarlo

Per continuare a delineare la disciplina generale delle obbligazioni, come anticipato, tratteremo dell’ adempimento delle obbligazioni.

Concentrandoci sugli articoli dal 1176 al 1217 del codice civile.

L’adempimento è il modo tipico di estinzione delle obbligazioni e consiste nell’esatta esecuzione della prestazione, che rappresenta l’oggetto dell’obbligazione.

L’esattezza predetta, a sua volta, implica l’osservanza, nell’espletamento della prestazione, delle condizioni di tempo, luogo, modo, previste tra le parti o dalla legge.

I criteri alla luce dei quali verificare la corrispondenza tra quanto dovuto e quanto eseguito sono molteplici, ad esempio:

la diligenza; il luogo, il tempo, i soggetti coinvolti, la qualità delle cose che rappresentano l’oggetto, la quantità.

Cerchiamo di analizzare questi criteri più nel dettaglio.

Per quanto attiene il canone della diligenza, il codice, all’art. 1176 c.c. richiede che la prestazione venga adempiuta “con la diligenza del buon padre di famiglia”, ovvero con la diligenza proprio dell’uomo avveduto, inserito in un determinato contesto sociale che agisce allo scopo di adempiere la propria obbligazione e di preservare la sfera giuridica altrui (secondo quanto stabilito dall’art. 1175 c.c. commentato la scorsa settimana, si veda law beat del 2.09.2019).

La diligenza assume “consistenza” e valore ben di versi allorquando si tratti di adempiere ad un’obbligazione professionale, ma su tale tematica ci soffermeremo – a lungo – nel mese di ottobre.

Il canone della diligenza viene specificato dal legislatore a riguardo di determinate tipologie di obbligazioni.

In particolare, per quanto attiene l’obbligazione di consegnare, art. 1177 c.c., il legislatore specifica che la stessa implichi, per diligenza, anche quella di custodire.

In aggiunta, quando un’obbligazione è generica e, quindi, ha ad oggetto cose individuate solo nel genere (art. 1178 c.c.), all’atto dell’esecuzione, il debitore deve eseguirla, per diligenza, con “cose di qualità non inferiore alla media”.

Stesso discorso vale per la scelta di una garanzia connessa alla prestazione, l’art. 1179 c.c. specifica che l’individuazione deve avvenire con riguardo ad una garanzia “idonea”, da identificarsi secondo la diligenza media ed il principio di equivalenza tra le varie forme di garanzia (anche se, ad essere sinceri, una garanzia reale – probabilmente – offre una tutela maggiore).

Per l’individuazione del luogo dell’adempimento, in mancanza di previsioni negoziali, tra le parti, è necessario ricorrere alla previsione dell’art. 1182 c.c. alla cui lettura si rimanda.

Per l’individuazione del tempo dell’adempimento, in mancanza di previsioni negoziali, tra le parti, è necessario ricorrere alla previsione degli artt. 1183-1187 c.c. alla cui lettura si rimanda.

Per esserci esatto adempimento la prestazione dev’essere integralmente eseguita e, quindi, non libera il debitore un adempimento parziale, salvo quanto previsto dall’art. 1181 c.c.. Ovvero, salva l’ipotesi in cui non sia diversamente previsto dalla legge o dagli usi (ad esempio, per impossibilità sopravvenuta di parte della prestazione).

“Law Beat”: il terzo e l’adempimento.

Continuiamo a delineare la disciplina generale delle obbligazioni, concentrandoci sul tema dell’adempimento e, quindi, sugli articoli dal 1176 al 1217 del codice civile. In particolare, sul terzo.

Come anticipato, l’adempimento è esatta e completa esecuzione della prestazione dovuta.

In linea di massima l’esecuzione della prestazione deve avvenire ad opera del soggetto debitore, nei confronti del soggetto creditore.

Tuttavia, vediamo cosa succedere se ad adempiere o a ricevere la prestazione non è il soggetto titolare, ma è un terzo.

L’art. 1180 c.c. disciplina il c.d. adempimento del terzo.

E’ terzo colui che è totalmente estraneo all’obbligazione e che, nel caso in cui esegua la prestazione sia consapevole, sin dall’inizio, di non esserne tenuto. Qualora manchi il presupposto della consapevolezza verrebbe integrata la fattispecie dell’indebito soggettivo.

Un terzo può adempiere la prestazione del soggetto debitore e ciò può avvenire anche contro la volontà del creditore salve due ipotesi:

-(i) se il soddisfacimento dell’interesse del creditore implichi che la prestazione sia eseguita dal soggetto obbligato, allora il creditore può rifiutare l’adempimento del terzo.

Ciò accade, ad esempio, per le prestazioni che sottendono particolari abilità tecniche e o professionali (c.d. intuitu personae).

-(ii) se il debitore ha manifestato la sua opposizione, allora il creditore può (ma non deve) rifiutare la prestazione del terzo.

Gli artt. 1188 e 1189 c.c. dettano le regole di identificazione del soggetto destinatario del pagamento / esecuzione.

In particolar, l’esecuzione della prestazione, per liberare il debitore, deve essere rivolta:

-(i) al creditore;

-(ii) al suo rappresentante (sul punto si rinvia alla lettura degli artt. 1387 – 1400 c.c.);

-(iii) a una persona a tal uopo indicata dal creditore;

-(iv) ad una persona autorizzata dalla legge o dal giudice;

-(v) a chi appare legittimato a riceverlo, secondo circostanze univoche, fornendo (però) la prova della buona fede.

Tutto ciò chiarito, appaiono necessarie alcune specificazioni in tema di capacità di agire:

  1. a) l’adempimento,essendo un obbligo, nonnecessita della capacità d’agire del soggetto debitore (art. 1191 c.c.);
  2. b) il creditore deve essere, però, capace di ricevere il pagamento, ma il debitore che paga al creditore incapace è liberato se prova che quanto pagato è stato rivolto a vantaggio del creditore (art. 1190 c.c.);
  3. c) il terzoche adempie un’obbligazione, al posto del debitore, dev’essere capace di agire in quanto l’adempimento, per il terzo, non è atto dovuto, ma negozio giuridico.

“Law Beat”: i modi di estinzione diversi dall’esatto adempimento

Trattiamo delle ipotesi di estinzione dell’obbligazione senza esatto adempimento.

Come anticipato, per liberarsi dall’obbligazione il debitore deve eseguire l’esatta prestazione oggetto della stessa.

Il codice civile, tuttavia, disciplina delle ipotesi di liberazione dall’obbligazione diverse dall’adempimento della prestazione dedotta.

Vi sono, insomma, alcune ipotesi che prevedono l’adempimento di una prestazione diversa o la soddisfazione “alternativa” dell’interesse del creditore (c.d. satisfattori).

Vi sono ipotesi di estinzione dell’obbligazione che non soddisfano l’interesse creditorio, ma l’obbligazione si estingue, comunque, in forza della previsione normativa (c.d. non satisfattori).

Rientrano tra i modi di estinzione satisfattori: la c.d. datio in solutum (1197 e 1198 c.c.); la compensazione (artt. 1241 -1252 c.c.); la confusione (1253 – 1255 c.c.).

Rientrano tra i modi di estinzione non satisfattori: la novazione (1230 – 1235 c.c.); la remissione di debito (1236 – 1240 c.c.); l’impossibilità sopravvenuta (1256 – 1259 c.c.).

Analizziamo questi istituti uno alla volta:

la datio in solutum: disciplinata dall’art. 1197 c.c. rappresenta un’eccezione alla regola generale secondo cui un’obbligazione si estingue solo con l’adempimento esatto della prestazione in essa dedotta.

Ciò può avvenire solo in seguito al consenso del creditore (è opportuno evidenziare sin da subito che non si ha l’insorgenza di una nuova obbligazione, come accade nella novazione, ma l’esecuzione di una prestazione diversa che estingue l’obbligazione).

Si verifica, in questo caso, la soddisfazione dell’interesse del creditore mediante una diversa prestazione.

La compensazione: si verifica quando due soggetti sono reciprocamente obbligati tra loro, di tal ché le reciproche obbligazioni si estinguono per i quantitativi corrispondenti.

La compensazione opera se prevista dalla legge, se pattuita tra le parti o disposta da un Giudice.

Presteremo, nel prosieguo, particolare attenzione all’art. 1248 c.c.

La confusione si ha quando la posizione di creditore e di debitore giungono ad essere in capo al medesimo soggetto

Tutti gli istituti appena descritti, in un modo o nell’altro, comportano la soddisfazione dell’interesse creditorio che dev’essere soddisfatto con l’adempimento, ex art. 1174 c.c.

Ciò non accade per i modi di estinzione non satisfattori che comportano, viceversa, o l’insorgenza di una nuova obbligazione sostitutiva della precedente o l’estinzione dell’obbligazione perché non sarà possibile o obbligatorio compiere la prestazione stessa.

In particolare, nella novazione:

le parti si mettono tra loro d’accordo per sostituire, alla precedente obbligazione, una diversa, molto importante sarà l’analisi degli artt. 1232, 1235, e 1268 c.c.

La remissione si sostanzia in una rinuncia del creditore ad ottenere l’adempimento, il debitore può scegliere di non approfittarne.

Dell’impossibilità sopravvenuta abbiamo già parlato e parleremo ancora molto.

“Law Beat”: modificazioni del lato soggettivo attivo delle obbligazioni

Trattiamo, oggi, delle modificazioni sul lato soggettivo – attivo – dell’obbligazione.

Il 7 ottobre, in questa rubrica, abbiamo parlato dell’adempimento del terzo ex art. 1180 c.c.

Il pagamento del terzo è stato delineato come un modo di estinzione dell’obbligazione mediante l’esecuzione della prestazione ad opera di un terzo, tuttavia è – ora – necessario specificare che l’estinzione dell’obbligazione non avviene se il terzo, che ha adempiuto, si surroga nella posizione del creditore.

Specificamente, il pagamento con surrogazione è disciplinato dall’art. 1201 all’art. 1205 c.c. dove viene chiarito quanto segue.

Il terzo che paga il debito altrui, può surrogarsi nella posizione del creditore se vi è espressa dichiarazione del creditore in tal senso, al momento del pagamento (la dichiarazione successiva non ha valore, poiché andrebbe ad incidere su un rapporto giuridico ormai estinto).

La dichiarazione del creditore ha natura negoziale e, pertanto, necessita della capacità di agire di questo.

Tale sostituzione può avvenire, anche, per volontà del debitore nell’ipotesi dell’art. 1202 c.c. ovvero quando: il debitore prenda una somma a mutuo, finalizzata all’estinzione del debito (e di tale finalità sia dato conto nel contratto di mutuo), paghi il debito e ne riceva quietanza, con data certa, da cui risulti che il pagamento è avvenuto proprio con quella somma di denaro.

La surrogazione avviene, pro quota, quando il pagamento del terzo è parziale.

Inoltre, opera nei confronti dei terzi garanti del debitore.

Oltre alla surrogazione per pagamento, possono modificare l’obbligazione, sotto il profilo soggettivo-attivo altri quattro istituti: la cessione del credito (artt. 1260 – 1267 c.c.); la delegazione (artt. 1269 – 1271 c.c.); l’espromissione (1272 c.c.) e l’ accollo (artt. 1273 – 1276 c.c.).

Mentre – per delegazione, espromissione ed accollo – rimandiamo alla lettura degli articoli codicistici, per quanto attiene la cessione del credito è possibile evidenziare quanto qui di seguito.

Il creditore, anche senza il consenso del debitore, può cedere la propria posizione giuridica soggettiva.

Tale mutamento deve essere però almeno reso noto al debitore mediante notifica (la notifica è rilevante anche per risolvere le eventuali controversie nell’ipotesi di più cessioni ex art. 1265 c.c).

La cessione del credito può avvenire:

-(i) a titolo oneroso o a titolo gratuito;

-(ii) con garanzia di esistenza del credito o senza tale garanzia (si veda, a tal riguardo, con molta attenzione l’art. 1266 c.c.);

-(iii) con garanzia di solvenza del debitore o senza tale garanzia (si veda, a tal riguardo, con molta attenzione l’art. 1267 c.c.).

Ciò, salvo che non si versi in una delle ipotesi di incedibilità di un credito disciplinate dalla legge (ad esempio, si veda l’art. 1261 c.c.) o per espressa pattuizione delle parti.

In quest’ultimo caso, ovvero se le parti si erano accordate per la non cedibilità del credito, ma il creditore lo ha comunque ceduto, allora tale patto non può essere fatto valere nei confronti del terzo cessionario, se non si prova che ne era a conoscenza.

Il credito ceduto mantiene intatte le sue caratteristiche, pertanto il trasferimento comprende, ex art. 1263 c.c., anche gli accessori e le azioni funzionali ad ottenerne la realizzazione.

“Law Beat”: la mora del debitore e la mora del creditore

Trattiamo, oggi, della mora delle parti dell’obbligazione, ovvero della mora del debitore e della mora del creditore.

Delineando la disciplina generale delle obbligazioni, abbiamo detto che l’esatto adempimento comporta, anche, che l’obbligazione venga eseguita nel rispetto del termine, se previsto.

Si veda per tutto ciò, law beat del 9 settembre.

Qualora un termine per l’esecuzione sia previsto ed il debitore non adempia, il creditore può costituirlo in mora.

Ciò può accadere quando l’esecuzione della prestazione è, comunque, possibile in un momento successivo. In caso contrario si avrà un inadempimento

In particolare, la mora del debitore è disciplinata all’art. 1219 c.c.

La costituzione in mora del debitore avviene mediante una intimazione di adempiere con cui, quindi, venga evidenziata l’intervenuta scadenza del termine per adempiere e venga domandata l’esecuzione

(salve alcune ipotesi in cui non è necessaria l’intimazione; come quando l’obbligazione deriva da fatto illecito o il debitore abbia dichiarato, per scritto, di non voler adempiere).

Le conseguenze della mora:

-(i) il debitore è costretto a risarcire i danni ex art. 1223 c.c.;

-(ii) il debitore che è in mora non è liberato dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione, se non prova che l’oggetto della prestazione sarebbe comunque perito (art. 1221 c.c.);

-(iii) nelle obbligazioni di denaro, il debitore moroso deve gli interessi (se non dovuti prima e, salvo diversa pattuizione contrattuale, nella misura degli interessi legali, se no in altra e diversa misura c.d. interessi moratori), ex art. 1224 c.c.;

-(iv) la costituzione in mora interrompe il termine di prescrizione.

Si può verificare anche la costituzione in mora del creditore, disciplinata dall’art. 1206 all’art. 1217 c.c.

Il creditore può essere costituito in mora quando, contrariamente al dovere di buona fede e correttezza, impedisca l’adempimento del debitore.

In particolare, l’art. 1206 c.c. afferma che: “il creditore è in mora quando (…) non riceve il pagamento offertogli (…) o non compie quanto necessario affinché il debitore possa adempiere”.

Si ha, insomma, un ritardo imputabile non al debitore, bensì al creditore.

Affinché il creditore possa essere costituito in mora è necessario che il debitore abbia offerto, in modo formale, tramite Ufficiale Giudiziario, l’adempimento della prestazione.

L’offerta formale può essere reale o per intimazione (art. 1209 c.c.).

La mora del creditore presenta delle conseguenze speculari a quelle della mora del debitore; infatti, il creditore:

-(i) dovrà risarcire al debitore i danni cagionati;

-(ii) risponderà dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione;

-(iii) non gli saranno dovuti interessi o frutti per il periodo di mora;

-(iv) dovrà risarcire le spese della custodia dal giorno dell’offerta (nel caso di offerta reale).

“Law Beat”: l’inadempimento

Trattiamo, oggi, dell’inadempimento delle obbligazioni.

Esso consiste nella mancata o nella inesatta esecuzione della prestazione dovuta.

Disciplinato, puntualmente, dall’art. 1218 all’art. 1229 del codice civile che, oltre a delineare cosa sia l’inadempimento, ne descrive le conseguenze.

9 c.c.).

In particolare, il codice statuisce che: “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno”.

Ciò significa che:

  • con l’inadempimento viene meno l’obbligo di eseguire la prestazione come originariamente articolata (anche se tale conseguenza può variare in forza della volontà del creditore);
  • con l’inadempimento sorge l’obbligo di risarcire il danno.

Si ha, quindi, una sostituzione dell’obbligazione cui è tenuto il debitore.

L’obbligo di risarcire il danno non sorge se l’inadempimento è causato da impossibilità (sopravvenuta ed oggettiva) della prestazione non imputabile al debitore.

Tale impossibilità, però, ovviamente, dovrà essere provata dal debitore.

In caso contrario, sorgerà l’obbligo di risarcire il danno.

Il risarcimento, come affermato dall’art. 1223 c.c., dovrà comprendere “sia la perdita subita che il mancato guadagno“.

Ovvero, il debitore inadempiente deve risarcire:

  • il c.d. danno emergente: i danni causati direttamente o indirettamente dalla mancanza della prestazione che possono consistere, anche, nei costi sostenuti, privi del corrispettivo sperato;
  • il c.d. lucro cessante: il mancato guadagno che sarebbe conseguito al creditore nel caso di adempimento.
  • la c.d. perdita di chances cui dedicheremo una trattazione separata la prossima settimana.

Sulla quantificazione del danno da risarcire incidono (o possono incidere) altri criteri:

-(i) la prevedibilità del danno ex art. 1225 c.c.;

-(ii) una possibile valutazione equitativa dello stesso ex art. 1226 c.c.;

-(iii) una eventuale incidenza del comportamento del creditore ex art. 1227 c.c.;

-(iv) la sottoscrizione di clausole di esonero da responsabilità ex art. 1229 c.c.

Su questo tema, così ampio ed importante, torneremo con singoli approfondimenti nel corso delle prossime settimane.

“Law Beat”: le obbligazioni pecuniarie

Trattiamo delle importantissime obbligazioni pecuniarie.

Come anticipato nell’articolo del 5 agosto u.s., esse sono disciplinate dall’art. 1277 all’art. 1284 del codice civile, con un ulteriore specificazione all’art. 1224 c.c.

Parliamo, cioè, di quelle obbligazioni in cui la prestazione, che ne rappresenta l’oggetto, è la dazione di una somma di denaro.

L’ammontare di tale somma:

-può essere determinato sin dall’inizio (obbligazione di valuta; es. dovere di dare 6.000 Euro);

-può essere determinato in un momento successivo (obbligazione di valore; es. dovere di risarcire il danno alla macchina).

Le obbligazioni di valuta sono soggette al principio nominalistico, ex art. 1277 c.c..

Si estinguono, perciò, con la dazione della somma originariamente prevista, salvi eventuali interessi pattuiti tra le parti.

E’ opportuno, da subito, precisare che il codice prevede tre categorie di interessi:

-(i) interessi corrispettivi: 1282 c.c., che possono essere calcolati su una somma certa, liquida ed esigibile;

Calcolati di norma al c.d. tasso legale, ma le parti possono prevedere un tasso più alto, purché non usurario (sul tema torneremo).

-(ii) interessi moratori, ex art. 1224 c.c., di cui abbiamo già parlato che rappresentano la conseguenza, immediata, della mora del debitore;

-(iii) interessi compensativi, previsti quale compenso per il godimento di un bene, menzionati da diversificate discipline, come – ad es. l’art. 1499.

Gli interessi non producono interessi per effetto del c.d. divieto di anatocismo ex art. 1283 c.c.

Salvo che la capitalizzazione degli interessi non sia prevista per accordo tra le parti, sancita da un Giudice, se gli interessi sono scaduti da almeno 6 mesi.

Il prossimo appuntamento con “Law Beat” per lunedì 25 novembre 2019.

Per info e suggerimenti: